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DOUBLE DRAGON

di il 26 marzo 2017
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I quarantenni dioggi ricorderanno certamente Double Dragon, il videogioco simbolo dei picchiaduro, prodotto dalla Taito nel 1987. Da poco ho scoperto che questo genere di giochi prende il nome inglese di “Beat ‘em up”, dove l’abbreviazione ‘em sta per “them” quindi la frase “Beat them up”, tratta dal verbo inglese Beat = battere, significa “Batti loro”. Ed è proprio questo il successo riscosso da Double Dragon che catapulta il giocatore in mezzo ad una strada, piena di tipi loschi e poco raccomandabili, in un arcade a scorrimento orizzontale con una fondamentale novità rispetto ai suoi simili: la profondità del percorso.

In Double Dragon, infatti, nonostante si venga obbligati a percorrere un percorso orizzontale, è possibile spostarsi in su e in giù lungo lo scenario di gioco. Fu una caratteristica estremamente innovativa per quegli anni perché offriva al giocatore la possibilità di muoversi a 360 gradi. Di combattere dunque contro gruppi di nemici, di essere accerchiato e di riprodurre le fantastiche acrobazie di Bruce Lee, esattamente come accadeva nei film anni 80. Lui, solo, contro tutti.

Double Dragon è stato il precursore di tutta la serie di beat’em up successivi come Final Fight, Street of Rage e tantissimi altri titoli. E’ un genere che ha goduto di estremo successo tra la fine degli anni 80 e tutto il decennio degli anni 90, soppiantato successivamente, come tanti altri giochi, dall’avvento delle tre dimensioni. La trama è, come al solito, tra le più banali e scontate. I nostri protagonisti si chiamano Billy e Jimmy Lee, fratelli molto esperti nelle arti marziali.

Si ritrovano a combattere contro i Black Warriors che hanno rapito la ragazza di Billy, biondissima e con una minigonna da urlo. A suon di calci e pugni i due arriveranno fino al quartier generale della malefica banda per scontrarsi con il boss finale e liberare la ragazza. Il gameplay è davvero semplice e lo stile di combattimento è piuttosto vario. Oltre ai classici calci e pugni, i due fratelli possono anche sferrare testate, prendere i nemici a ginocchiate e lanciarli via in stile Bud Spencer, utilizzare armi come fruste, mazze da baseball, coltelli, casse e barili disseminati nei vari livelli di gioco.

L’intelligenza artificiale è quella degli anni 90, quindi rudimentale e prevedibile ma in quegli anni non si chiedeva di più e per i ragazzini dell’epoca era sufficientemente sfidante mentre la durata è decisamente breve. Double Dragon può essere terminato in una ventina di minuti ma si presta moltissimo ad essere rigiocato, soprattutto in compagnia di altri amici. In conclusione, possiamo affermare di essere di fronte ad un pezzo di storia.

Double Dragon è un gioco che merita di essere giocato e rigiocato nelle versioni remastered per le moderne console perchè riuscirà abilmente a soddisfare tutti i nostalgici. Purtroppo la magia durerà poco. Trascorso infatti l’entusiasmo iniziale, la legnosità del gameplay e la brevissima longevità ci spingeranno inevitabilmente a rimuoverlo per tornare ad immergerci nei moderni combattimenti in tre dimensioni alla For Honor.

 ANDREA CUCCI

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